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- GENESI di Renato D’Andria -
ANNO I - numero 1 - novembre 2006

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La disputa tra Renan ed al-Afghani alla fine dell’800

Prefazione:

Al-Afghani fu uno dei primi pensatori islamici che, nell’800, prospettò esplicitamente il problema dei rapporti tra il pensiero occidentale (nella sua dimensione laica ma anche cristiana) e quello islamico, tentando di proporre una risposta che, senza negare gli assunti centrali della fede islamica, consentisse all’Islam di assimilare quanto, a suo giudizio, vi era di positivo nel pensiero occidentale. Nel quadro di questa sua riflessione, mentre si trovava a Parigi nei primi anni ’80 del XIX secolo, egli ebbe un dibattito interessante con Ernest Renan, il controverso fautore della compatibilità tra pensiero religioso e scientifico. Di quel dibattito abbiamo trovato una descrizione chiara e sintetica in alcune pagine del libro di Albert Hourani “Arabic Thought in the Liberal Age” che ci è sembrato utile tradurre e presentare qui per la loro grande attualità, in quanto riassumono il nucleo dell’eterno dibattito tra pensiero laico e pensiero religioso.


Articolo:

La disputa tra Renan ed al-Afghani alla fine dell’’800 Nel penultimo decennio dell’800, mentre si trovava a Parigi, al-Afghani partecipò ad una cruciale controversia con Ernest Renan. In una conferenza tenuta nel 1883 alla Sorbona, Renan aveva sostenuto che l’Islam e la scienza - e, quindi, l’Islam e la civiltà moderna - erano incompatibili tra loro:
“Qualsiasi persona anche sommariamente aggiornata sui temi della nostra epoca può vedere chiaramente l’inferiorità attuale dei paesi musulmani, la decadenza dei paesi governati dall’Islam, la nullità intellettuale delle genti che solo da questa religione traggono la loro cultura ed istruzione. Chiunque abbia viaggiato in Oriente o in Africa è rimasto colpito dal limite fatale che imprigiona lo spirito d’un vero credente islamico, da quella sorta di ferreo cerchio che serra la testa dell’islamico rendendola del tutto impermeabile alla scienza ed incapace di aprirsi a qualsiasi nuova idea o conoscenza”.
Renan ammetteva beninteso l’esistenza d’una cosiddetta scienza o filosofia araba, ma sosteneva che si trattava di prodotti arabi solo in termini linguistici, perché i loro contenuti erano sempre greco-persiani. Si trattava esclusivamente di documenti di non-islamici in aperta o sottaciuta rivolta contro la loro stessa religione: insomma intellettuali che erano stati combattuti ed emarginati dai potenti e dai teologi del loro tempo e che non avevano, quindi, potuto influenzare in alcun modo le istituzioni dell’Islam.
Quest’opposizione era stata controllata dalle autorità arabe e persiane finchè queste avevano detenuto il potere, ma aveva potuto conquistare posizioni dominanti quando i “barbari” (i Turchi ad oriente e i Berberi ad Occidente) avevano assunto la direzione della umma...A parere di Renan, però, via via che la scienza europea si fosse diffusa, l’Islam sarebbe scomparso. E ciò sarebbe avvenuto presto. Per dare un’idea del modo in cui le menti islamiche si sarebbero aperte in seguito al loro contatto coll’Europa, Renan citava la descrizione di Parigi fornita da al-Tahtawi, un letterato egiziano di quell’epoca:
“La gioventù orientale, venendo nelle scuole d’Occidente ad apprendere la scienza moderna, ne riporterà in patria il corollario da essa inseparabile, cioè il metodo scientifico e razionale, lo spirito sperimentale, il realismo, l’impossibilità di credere a tradizioni religiose concepite e trasmesse, ovviamente, senza un briciolo di senso critico”.
Parlando dell’Islam, Renan pensava naturalmente al cattolicesimo e alla religione in generale. Per lui l’Islam, come del resto il Cristianesimo, era un esempio impressionante delle tragiche conseguenze d’una assurda confusione tra razionalità e religione. La ragione doveva governare le azioni umane avendo come obiettivo ultimo la perfezione umana e il trionfo della civiltà. E nel mondo moderno la scienza era la forma essenziale in cui si esprimeva la ragione.
Certo, anche la religione era essenziale, ma solo come espressione di un’idea morale: e precisamente della bellezza all’interno d’un ordine morale, cioè dell’ideale altruistico, di cui Gesù era l’incarnazione.
Se opportunamente concepite, ragione e religione non erano affatto antagoniste. L’una e l’altra avevano lo stesso nemico: “il materialismo volgare, la bassezza dell’uomo interessato”. La contraddizione, secondo Renan, nasceva solo quando l’una pretendeva d’invadere il mondo dell’altra: cioè quando, come nella Rivoluzione Francese, la Ragione pretendeva di governare il mondo senza riguardo alcuno per i bisogni del cuore, oppure quando le religioni pretendevano (come hanno fatto sia il Cristianesimo che l’Islam) d’imporre limiti e ceppi alla mente umana in nome d’una rivelazione di verità sovrannaturali.
Rispondendo a Renan sul suo stesso terreno, al-Afghani contrappose considerazioni molto acute. Era vero - riconobbe - che le religioni, pur essendo necessarie per emancipare i popoli dalla barbarie, finiscono poi per diventare intolleranti.
Nell’infanzia dell’umanità, l’uomo non può, con la sua sola ragione, distinguere il Bene dal Male e trovare una risposta soddisfacente alla sua coscienza tormentata. Ed è in questa fase di sviluppo che:
“la religione ha aperto all’uomo i vasti orizzonti ove l’immaginazione può esprimersi trovando, se non la soddisfazione completa dei suoi desideri, almeno un campo sconfinato per le sue speranze. E poichè, all’inizio, l’umanità ignorava le cause degli eventi e i segreti dei fenomeni che si presentavano ai suoi occhi, così la coscienza umana è stata costretta a seguire i consigli e gli ordini dei suoi precettori ecclesiastici. Quest’obbedienza fu imposta all’uomo in nome dell’Essere Supremo cui i suoi educatori attribuivano ogni accadimento, senza permettergli di discuterne l’utilità o gl’inconvenienti”.
Ma quella fu solo una fase transitoria nella storia delle religioni. In una fase successiva, gli uomini si liberarono dai ceppi che erano stati imposti alla loro mente e rimisero la religione al posto suo. Ciò fu fatto nel Cristianesimo con la Riforma. Purtroppo l’Islam, di molti secoli più giovane, non ha ancora avuto la sua Riforma. Ma questa era, appunto, un’idea basilare di al-Afghani: anche l’Islam aveva bisogno di un Lutero. E forse egli stesso si vedeva in quel ruolo.
Una volta attuata questa Riforma, l’Islam sarebbe stato idoneo come ogni altra religione a svolgere questa funzione di guida morale. E il passato stesso dell’Islam lo testimoniava. Quel passato non si poteva ridurre, come aveva fatto Renan, ad un cieco trionfo dell’ortodossia sulla ragione. In quel passato erano fiorite le scienze, in forme autenticamente arabe e islamiche. E’ vero, riconosceva al-Afghani, il conflitto tra filosofia e religione è sempre esistito nell’Islam, ma per il semplice motivo che esso esiste da sempre nella mente umana:
“Le religioni - concludeva - si assomigliano tutte. Non è possibile nessuna intesa né nessuna conciliazione tra le religioni e la filosofia. La religione impone all’uomo la sua fede e le sue credenze, mentre la filosofia vuole liberare in tutto o in parte il pensiero umano. Ogni volta che la religione prevarrà, essa eliminerà la filosofia. E il contrario accade quando la filosofia regna sovrana. Finchè esisterà l’uomo, non cesserà mai la lotta tra il dogma e il libero pensiero, tra la religione e la filosofia: una lotta accanita nella quale, temo, la vittoria finale non sarà per il libero pensiero, perché la razionalità non piace alle folle ed i suoi insegnamenti sono compresi solo da poche intelligenze elitarie ed anche perché la scienza, per bella che sia, non soddisfa mai del tutto l’umanità, che ha sete d’ideali da collocare in regioni oscure e lontane che i filosofi non possono né intravedere né esplorare”.
Ma, con queste dichiarazioni generiche, al-Afghani non esprimeva pienamente la sua posizione. In realtà, egli non solo non riteneva che l’Islam potesse essere vero o falso come ogni altra religione, ma, al contrario, pensava che quella islamica fosse la sola vera, completa e perfetta religione, capace di soddisfare tutte le aspirazioni dello spirito umano. Come molti altri musulmani del suo tempo (e del nostro, n.d.t.), era dispostissimo ad accettare la condanna del Cristianesimo da parte dei liberi pensatori europei ed a considerarlo irragionevole e nemico della scienza e del progresso. Ma voleva dimostrare che quelle critiche erano inapplicabili all’Islam perché, al contrario, l’Islam era in perfetta armonia con i principi scoperti dalla razionalità scientifica ed era anzi la religione invocata dalla ragione... L’Islam, non essendo né intollerante né irrazionale, poteva salvare il mondo contemporaneo dal caos rivoluzionario, che ancora turbava la memoria dei pensatori francesi di quel tempo. Ed uno dei segreti dell’attrazione del pensiero di al-Afghani per i suoi compagni di fede stava appunto nel fatto che egli era fautore di un Islam capace di assolvere ad una missione universale. Ma ciò poteva essere vero solo se egli avesse potuto dimostrare che l’essenza dell’Islam era identica a quella del razionalismo moderno.
E qui si profilava un problema pericoloso. Molti contemporanei di al-Afghani se ne rendevano conto e lo accusarono di voler sacrificare le verità assolute dell’Islam al quieto vivere dei musulmani...Per vedere queste accuse nella giusta prospettiva, però, bisogna ricordare che al-Afghani aveva dell’Islam una visione molto più vicina a quella dei filosofi che a quella dei teologi. In altre parole egli accettava la consonanza finale tra filosofia e profezia e riteneva che quanto il profeta riceveva con le sue visioni era quanto il filosofo poteva raggiungere per via razionale, ma con una capitale distinzione nei modi di comunicare la verità: quello filosofico, attraverso concetti chiari indirizzati ai pochi, e quello religioso, attraverso simboli religiosi destinati alle folle.
Forse, tra questa visione dell’Islam e le idee del libero pensiero ottocentesco non era impossibile costruire un qualche tipo di ponte e di comunicazione.



Albert Hourani
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